visita carcere 7_01_15Questa mattina sono stata in visita all’Istituto penitenziario minorile di Bologna, il “Pratello”.

L’immagine è di una struttura sorretta dall’ottima volontà dei suoi educatori, siano questi agenti di Polizia penitenziaria o operatori socio sanitari; struttura manchevole tuttavia in tutti quegli aspetti determinati dallo Stato centrale.

Mai come nella sua struttura minorile, l’istituzione penitenziaria deve essere scuola per i suoi ospiti. Purtroppo le affinità con la scuola italiana non si limitano al solo aspetto educativo. In parole povere: ci sono tutti i limiti di una carenza di finanziamenti e tutti i pregi di un’organizzazione interna che vuole i ragazzi al centro, che desidera rimetterli in società e non in strada, e che è soddisfatta di quando li vede uscire più in salute e più consapevoli di quando sono arrivati.

L’istituto penitenziario minorile di Bologna è incastonato nel centro storico e nella tradizione della città. Il secondo piano è inagibile e attende il via ai lavori per la ristrutturazione del tetto, fiaccato dal 2011 da neve e terremoto. La disponibilità di celle e aule per le attività è così dimezzata. L’area verde è anch’essa in attesa del via ai lavori di ripristino. Al momento è fruibile un solo campetto da calcio a 5, raggiungibile attraverso un camminamento esterno, attiguo agli uffici della Procura dei minori di Bologna, anche questo da mettere con urgenza in sicurezza. Il progetto per la ristrutturazione dell’area verde è pronto, attende solo l’attribuzione degli appalti e le relative procedure burocratiche, ed è fondamentale per garantire spazi all’aperto per i giovani reclusi.

I ragazzi presenti in struttura sono ad oggi 22, numero massimo di capienza. Ogni tanto si sfora perché la chiusura per restauro dell’Istituto penitenziario minorile di Firenze ha aumentato il bacino di riferimento del “Pratello”. Stesso incremento è determinato dall’innanzamento dell’età massima dei detenuti, portata da 21 a 25. Tra le mura di questa struttura alloggiano così ragazzi provenienti per lo più da est Europa e nord Africa, italiani ed etnie rom. Ragazzi dai 15 ai 25 anni. L’inquadramento non è facile. E qui, ai limiti strutturali, arriva in soccorso la capacità gestionale e operativa dei responsabili e del direttore.

Al “Pratello” si va a scuola, ci sono corsi con crediti formativi su servizi alberghieri con lo chef del Bologna calcio e partnership con l’istituto alberghiero di Castel San Pietro Terme, per garantire una continuità negli studi anche al termine del periodo di reclusione. Sono presenti due aule di pittura, una di musica (vicini sensibili al rumore permettendo)  ed una biblioteca.

Per concludere, quello che abbiamo notato essere il problema delle carceri minorili è la somiglianza con quelli degli adulti. Cosa bandita a livello europeo, tuttavia così organizzata dalla giustizia italiana. Mantenere un approccio che si discosti dalla carcerazione degli adulti è dunque l’arduo compito di chi vive quegli spazi insieme ai giovani detenuti, e che dovrebbe essere indirizzato anche da norme specifiche per le carceri minorili, troppo poco interpellate dal Ministero. Un minore recuperato e reso consapevole dell’errore, è un adulto in meno che si allontana dalla legalità.

La vita all’interno di questa struttura appare come una società ben oliata. E si capisce subito che non è affatto scontato. C’è gerarchia ma pienezza delle relazioni. I rapporti tra detenuti e personale in servizio alla struttura non è ovviamente paritetico ma i legami di fiducia sono evidenti. I sorrisi sono sinceri e seppur la mia presenza sia durata solo tre ore, diversi sono stati gli sguardi da figli che i ragazzi portavano a operatori e agenti in cerca di approvazione. La fragilità è intrinseca a tutto ciò, più che confortante l’empatica passione di chi al “Pratello” ci lavora.

Oltre ai problemi strutturali, qui mancano una mezza dozzina di materassi, una lavatrice funzionante e qualche televisore. Quest’ultimo è ovviamente uno degli oggetti più cari per i ragazzi ospiti, soprattutto in inverno, soprattutto senza un’area verde. La lavatrice si è guastata da poco e ha rotto la regolare alternanza con cui le celle potevano portare i propri panni e lavarli a macchina. Le scarse risorse maturano la constatazione che l’ordinaria amministrazione sia appesa alla generosità dei singoli cittadini e delle associazioni amiche dell’istituto penitenziario. Senza questa attenzione i disagi emergono.

Infine ho notato pesantissimi passaggi di burocrazia che una corretta digitalizzazione e armonizzazione delle banche dati solleverebbe dalle spalle di agenti di Penitenziaria già oberati da un lavoro in sottonumero. I dati in possesso dalla struttura penitenziaria sono preziosi per l’intero corpo di polizia, renderli disponibili e facilmente utilizzabili porta vantaggi indubbi.

Su questo il Ministero della Giustizia cosa sta facendo? E l’attesa rivoluzione digitale, in questo contesto, si fa attendere…

-MM-