Il Gruppo e la partecipazione sono concetti importanti e positivi, prendere decisioni insieme ha, a mio avviso, un altissimo valore.

Nei governi, nelle aziende, nei movimenti e/o partiti politici ogni giorno le persone si riuniscono in gruppi per prendere delle decisioni. A volte capita che la decisione di gruppo possa essere sbagliata in molti modi prevedibili, ma uno dei modi più comuni è il pensiero di gruppo.

Il termine  groupthink (pensiero di gruppo) è stato coniato nel 1972 da Irving Janis e descrive il processo attraverso il quale un gruppo prende decisioni cattive o irrazionali.

Il Pensiero di Gruppo emerge perché i gruppi sono composti da persone con valori molto simili fra loro. I gruppi comprendono persone che si piacciono e che hanno un rispetto reciproco. E’ per tutti questi  motivi, che quando si cerca di prendere una decisione, qualsiasi prova contraria che emerge al consenso che si è generato, viene automaticamente respinta, perfino ridicolizzata.
I singoli membri del gruppo non vogliono far affondare la barca, perché potrebbe portare a danneggiare le relazioni personali con gli altri componenti del gruppo.

Chi esterna il proprio dissenso difficilmente lo porta avanti con veemenza!

Per capire se all’interno del proprio gruppo c’è una tendenza verso il groupthink vediamo quali sono le condizioni che lo generano:

  • isolamento del gruppo
  • alta coesione del gruppo
  • leadership direttiva
  • mancanza di norme sulle procedure metodiche
  • omogeneità dell’ideologia e del contesto sociale dei membri
  • alto stress in presenza di minacce esterne, con poca speranza di trovare una soluzione migliore rispetto a quella offerta dal leader.

Questi invece sono i principali sintomi ricorrenti nel “pensiero di gruppo” quando si deve prendere una decisione:

a) illusione di invulnerabilità 
b) i membri del gruppo credono di non poter mai fallire
c)convinzione ferma nella bontà e moralità della propria causa
d) creazione di un’atmosfera di non contraddizione
e) i gruppi rivali sono stereotipati e gli esterni non vengono considerati meritevoli di partecipare
f) clima di auto-censura che elimina ogni possibile espressione di disaccordo
g) illusione di unanimità a scapito di una mancanza di reali alternative
h) pressione diretta a chiunque si permetta di dissentire
i) preoccupazione dei membri di proteggere il proprio leader, evitando di fornirgli informazioni che lo possano contraddire.

Esistono soluzioni per prevenire il fenomeno ma curarlo diventa molto più difficile:

  1. la possibilità di rapportarsi ad un gruppo più vasto nella presa delle decisioni
  2. il fatto che il leader resti imparziale per tutta la discussione ed eventualmente faccia i propri commenti dopo tutti gli altri membri
  3. la suddivisione in gruppi con compiti diversi
  4. il lavoro in piccoli gruppi con un momento di discussione finale tra gruppi
  5. l’utilizzo di esperti esterni
  6. la possibilità di un secondo momento per presentare alternative.
  7. l’individuazione di un “Avvocato del Diavolo” che rimetta in discussione le idee del gruppo

Purtroppo l’avvocato del diavolo, viene facilmente ignorato, perché non viene preso sul serio.
Meglio, allora, che sia presente qualche dissidente che crede veramente nelle critiche che fa.

Il leader del gruppo svolge un ruolo cruciale nel favorire (o eliminare) il dissenso.

Quindi per sradicare il pensiero di gruppo è necessario incoraggiare il dissenso.
Se si è interessati a prendere una buona decisione, è indispensabile che si sappia accettare il dissenso e le critiche di qualcuno, proprio per non incorrere in errori che troppo spesso si rivelano come grossi danni.

Nella maggioranza dei casi, il dissenso non viene espresso e semmai respinto

Facciamo qualche esempio:

  • Le organizzazioni o le aziende spesso assumono persone che sanno “adattarsi”. Lo stereotipo del perfetto lavoratore che emerge spesso, è quello del Sissignore!
  • La coesione del gruppo è molto apprezzata per la produttività (“Vuoi far parte della nostra squadra?”). I gruppi che sono spesso litigiosi vengono percepiti come gruppi che svolgono meno il lavoro assegnato.
  • Il disaccordo, il dissenso e le opinioni contrastanti mettono le persone che le ricevono, a disagio e cercano di sopprimerle, anche perché:
    • il dissenso viene facilmente interpretato come mancanza di rispetto o un attacco personale.
    • i dissidenti sono spesso etichettati come sobillatori e spinti verso la conversione al consenso o vengono espulsi a titolo definitivo dal gruppo.
    • Ne consegue che i dissidenti, nei gruppi, rischiano di essere una specie in estinzione. Perché i dissidenti siano efficaci, devono evitare  i confronti inutili o gli attacchi personali, e presentare i punti di vista minoritari in maniera attenta, ben modulata e autentica.

Allo stesso tempo la maggioranza deve combattere l’istinto di schiacciare i dissidenti e di imbavagliare il dissenso;

la maggioranza deve imparare ad accettare chi dissente, trasformandolo in una possibilità in più per diminuire i rischi di una decisione che pur non avendo critiche, può essere sbagliata.

Sebbene una decisione possa avere il consenso di una larga maggioranza, e magari a priori possa essere giusta, sarebbe sempre auspicabile considerare le critiche ed esplorare diverse opzioni.

Quindi? Che aspettiamo? E’ ora di dissentire e guardare con altri occhi chi dissente!