manovrinaManovrina: il Governo dopo aver allentato il patto di stabilità interno per i comuni con la legge di stabilità, torna ad inasprirlo per 450 milioni.

Ma cerchiamo di capire cosa significa questo ulteriore inasprimento e su chi andrà a ripercuotersi, partendo dal principio.

Sapete tutti che in base al fiscal compact ratificato dalle Camere durante il Governo Monti nel luglio 2012, l’italia deve rispettare un vincolo del 3% massimo di rapporto Deficit – Pil.

Se questo non avviene l’Italia sarà penalizzata, perdendo lo spazio per nuovi investimenti, circa tre miliardi di euro, che sono alla base della manovra sul 2014. I saldi sull’anno prossimo tornerebbero in gioco e le speranze di ripresa si allontanerebbero.

In questo momento il tetto del 3% non è rispettato, siamo al 3,1% circa. E di conseguenza arriva la manovra correttiva del Governo, che vara rapidamente un decreto legge: la manovrina.

Cosa dice la manovrina? Che per rientrare nel vincolo del 3% si restringe il patto di stabilità interno dei comuni per 450 milioni, incrementando di 0,81 punti la percentuale da applicare alla media della spesa corrente per l’anno 2013.

Come dire: la legge di stabilità lo allenta per 1 miliardo, e la manovrina ci fa tornare indietro per quasi la metà.

Ma in soldoni cosa significa questa ulteriore manovra? Che i comuni (anche quelli con liquidità disponibile per fare investimenti), avranno le riserve in parte bloccate. I bilanci si chiudono il 30 di novembre, e non sono possibili ulteriori passaggi correttivi. Per cui si bloccheranno in parte le spese da sostenere, come ad esempio il pagamento delle commesse assegnate alle imprese dalle amministrazioni locali che subiranno di fatto ritardi,  alimentando il circolo vizioso dei pagamenti della pubblica amministrazione in continuo ritardo.

Inoltre per coprire questo 0,1% di eccedenza si provvede a:

b) la costituzione di accantonamenti indisponibili delle spese relative alle Missioni di ciascun Ministero, ai sensi del comma 1 dell’articolo 3 in esame (590 milioni);

c) l’utilizzo di quota delle risorse iscritte in conto residui per l’anno 2013 e non ancora erogate del Fondo per la tutela dell’ambiente e la promozione dello sviluppo del territorio ai sensi del comma 1 dell’articolo 3 in esame (45 milioni);

d) impostare un programma di dismissioni immobiliari, da adottare con procedure a legislazione vigente, da realizzare entro l’anno, che dovrà generare entrate per 525 milioni.

Ed anche quest’ultimo punto risulta molto critico.

Di fatto, ingabbiati dalle logiche dello zero-virgola, il Governo si è precipitato ad annunciare la svendita di ”gioielli di famiglia’ che dara’ benefici risibili a livello di cassa e privera’ invece lo Stato di preziosi dividendi che contribuiscono ad abbassare stabilmente il deficit. Tra l’altro solo la meta’ dei 12 miliardi previsti andra’ ad abbattere il debito, dunque 6 miliardi, cifra che equivale appena allo 0,35% del Pil. Quindi davvero un’inezia’.

Dal 1985 a oggi abbiamo privatizzato cespiti societari per circa 150 miliardi. Ma il debito, nello stesso periodo, e’ salito dall’80 al 133% del Pil. I benefici, dunque, sono stati nulli. Non e’ vendendo asset strategici a soggetti privati (spesso amici degli amici) che si abbatte lo stock del debito. Servono veri tagli ai veri sprechi della Pa, cosa che questo Governo delle larghe clientele non farà verosimilmente mai.

E’ urgente quindi un primo passaggio: l’Europa. Facciamo sentire la nostra voce, e ridiscutiamo questo tetto del 3% che in questo momento non e’ sostenibile per il nostro paese (a meno, appunto, di svendere la qualunque). La politica dell’austerity abbiamo visto che non funziona, e non possiamo per uno zero virgola in eccesso, bloccare le liquidità dei comuni ed imbrogliare ogni 2 mesi i bilanci delle amministrazioni locali.

Ridiscutiamo il tetto del 3%, ricordando ai tecnici europei, che già Francia e Spagna questo vincolo non lo rispettano.

Ps: durante la discussione della manovrina, è stato approvato un emendamento dei deputati M5S che ha introdotto il nuovo comma 2-bis, il quale obbliga il ministro dell’Interno, entro il 31 marzo 2014, a presentare una relazione alle Camere su utilizzo e impiego delle risorse assegnate da questo decreto-legge per gli afflussi massicci di immigrati e di quelle assegnate dal decreto-legge n. 93/2013 (art. 6, co. 5) al Fondo di protezione civile per le medesime emergenze umanitarie.

Alla prossima!

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