rinnovabiliSembra uno scherzo del destino… Mentre ieri a Milano si discuteva dei nuovi modelli di business per chi vorrà investire in smart grid basate su fonti rinnovabili, a Roma al Senato, il M5S era impegnato a combattere contro l’art.26 del decreto legge competitività che riduce la tariffa incentivante, già riconosciuta in base alle convenzioni stipulate con il Gestore dei servizi elettrici, ai produttori di energia elettrica da impianti fotovoltaici.

Sostanzialmente, con un intervento normativo di carattere urgente e retroattivo si è deciso di allungare a 24 anni (da 20) la durata dell’incentivo di sostegno al fotovoltaico, con un taglio immediato dell’importo attorno al 20%. È vero, diluendo i pagamenti si limano le bollette delle piccole e medie imprese, quelle con una potenza impegnata superiore a 16,5 kilowatt, ma si mettono nei guai altre imprese, quelle che avevano deciso di investire in questo settore, in base a parametri fissati dalle leggi tra il 2005 e il 2010 e avevano costruito un impianto con più di 200 kW.

È vero, alcuni avranno speculato ma non è colpendo tutti che si risolvono i problemi. Con il provvedimento, invece, si va ad incidere su rapporti già costituiti e su decisioni già assunte dai produttori, che a tal fine hanno posto in essere i relativi investimenti, basati oltretutto su previsioni economiche dove l’incentivo è parte determinante se non fondamentale.

Ancora una volta, dove sono i caratteri di necessità e urgenza? Oltre a essere palesemente contrario al principio di irretroattività della legge, come si fa oggi a dire “No. Ci ho ripensato. Ti diminuisco l’incentivo e te lo riconosco per 24 anni piuttosto che per 20 anni oppure, scegli tu, tieniti i 20 anni ma rinuncia all’otto per cento dell’incentivo a decorrere dal 1° gennaio 2015”.

Risultato? Imprese che ora si trovano con margini troppo bassi per sostenere le rate del debito con le banche e rischi di fallimenti a catena e posti di lavoro tagliati. Oltre a rischi di contenziosi a non finire.

La prima mossa degli operatori è stata una lettera di segnalazione al commissario Günther Oettinger. Poi fanno sapere che solleveranno un’eccezione di costituzionalità, come ha già fatto il nostro collega Giovanni Endrizzi ieri al Senato, secondo cui il provvedimento violerebbe sia le norme costituzionali in materia di retroattività e di tutela dell’affidamento, sia gli obblighi internazionali derivanti dal Trattato sulla Carta Europea dell’Energia, a cui è stata data esecuzione in Italia con legge 10 novembre 1997, n. 415.

Anche la risposta degli investitori, italiani e stranieri, non ha tardato ad arrivare. Il mercato italiano delle fonti verdi, che, secondo l’indice Ernst&Young nel 2011 era arrivato al quinto posto nel mondo per attrattiva, oggi è sceso al dodicesimo posto, battuto da Paesi emergenti come India e Brasile, oltre che da Germania, Francia e Inghilterra.

Eppure esistono altre strade per abbassare le bollette energetiche.

Esistono impianti CIP6 che sono costati alla bolletta italiana 500 milioni di euro, per il solo 2013, perché hanno potuto liquidare in anticipo quanto avrebbero dovuto ricevere nel tempo.

Ma come? Per risparmiare dilaziono per tanti da un lato e dall’altro concentro e liquido subito per pochi, i “soliti” pochi?

Saremmo stati felici di accogliere alcuni dei punti introdotti nelle slide renziane: pronti a supportare lo spostamento degli oneri di dismissione nucleare sulla fiscalità generale e non sulla bolletta di imprese e cittadini, ma ahimè tra la slide e il decreto molte cose sono state dimenticate.

Anche la rimodulazione degli oneri di interrompibilità sarebbe stato un sistema giusto per poter intervenire sul costo energetico, ma ahimè le pressioni delle grandi lobby industriali sono state tali da cestinare anche quest’idea che noi avevamo proposto di inserire all’interno del “Destinazione Italia”. E’ una misura che era stata inserita in piena emergenza energetica ormai più di 10 anni fa che oggi con una potenza installata di generazione elettrica di 3 volte superiore a quella necessaria pare evidentemente un sussidio non motivato.

Abbiamo introdotto nel Destinazione Italia un emendamento che obbligava il Ministero dello Sviluppo Economico a redigere un piano di transizione energetica a energia rinnovabile per le isole minori ma, per ora, nel decreto non sì parla né di rinnovabili, ma di un generico “soluzioni alternative”, né di obiettivi temporali né meccanismi di supporto.

E allora, secondo voi è colpa delle rinnovabili se cittadini e imprese non hanno risparmiato sul prezzo dell’energia?

E una volta che le imprese saranno costrette a chiudere i battenti, pensate che gli interesserà risparmiare sulla bolletta elettrica?

E’ giusto che quei cittadini che hanno investito i propri risparmi negli impianti fotovoltaici non si vedano riconosciuti gli incentivi promessi?

Questo decreto non fa che penalizzare un settore che in Italia, ha consentito di far calare il prezzo dell’energia all’ingrosso da 70 a 45 euro a megawattora, per un risparmio compreso tra 7 e 8 miliardi di euro.

Quello che il Governo non dice è che di questa diminuzione di prezzo non hanno beneficiato cittadini e PMI.

La nostra battaglia salva rinnovabili continua…

vi terremo aggiornati sull’iter in commissione ed in aula.

MM