110303096-385c1ef4-73fe-4d7c-9cc1-c9ca27500637Dai 700 ai 900 morti. Nella notte tra sabato e domenica nelle acque libiche si consuma la tragedia più grave del Mediterraneo. Solo ventotto le persone salvate. Il barcone è affondato a 180 km da Lampedusa, dopo aver lanciato l’allarme col satellite. Alla richiesta di aiuto aveva immediatamente risposto il centro nazionale soccorso della Guardia Costiera: “Siamo in difficoltà” la telefonata arrivata da un satellitare. La sala operativa del Comando generale delle Capitanerie di porto ha dirottato immediatamente un mercantile portoghese, ma non appeno i migranti hanno visto la nave accorsa, si sono spostati in un lato del vecchio barcone, che si è immediatamente capovolto. Decretando la morte per annegamento di centinaia di persone chiuse nelle stive del barcone.

Tra i 700 e i 900 morti.
Si fa fatica anche solo a contare una cifra simile. Ed a immaginarsi tante vite spezzate e tante storie, che non avranno più un domani di cui cibarsi…
Certo l’italia non può addossarsi tutte le colpe di una simile strage, ma deve, assieme all’Europa, studiare una soluzione che sia più efficace del programma Triton. E che sia meno vaga dell'”aiutiamoli a casa loro” (con una cifra stanziata per i paesi poveri da prefisso telefonico, appena lo 0.13% del pil è ridicolo).
Non voglio entrare nel dettaglio di una complessa analisi, ma mi vorrei soffermare sul lato umano della situazione. Perché ricordo prima di tutto a me stessa, le persone che fuggono, perché di fuga si tratta!, da fame, miseria, violenza ed ora anche guerra, sono esseri umani, che cercano una seconda possibilità, anche a costo della vita. Per questo serve enorme rispetto nei confronti di una tragedia immane.

Fatico a leggere gli articoli di giornale oggi, ma se da un lato io mi emoziono, c’è chi continua con l’operazione di speculazione che altri fini non ha, se non quello di un consenso elettorale, che ha come primo effetto l’imbarbarimento ulteriore della nostra comunità.

Pochi giorni fa alla camera è stata approvata la giornata nazionale per le vittime dell’immigrazione. A questa si sono opposte alcune fazioni politiche che non nomino. Una in particolare ha attaccato la Presidente, e tramite la voce di uno dei suoi leader mediatici, sosteneva ipocrita l’istituzione di una giornata simile, accusando a destra e manca per le stragi in mare (come se fossero di banale risoluzione).
Ecco, oggi, a seguito dell’ennesimo sciacallaggio verso le vittime di questo naufragio, sono ancora più convinta di ciò che ho detto. Questa giornata serve a tutti noi, per ricordarci che siamo stati migranti proprio come quelli che oggi muoiono stipati nella stiva di un barcone, abbracciati a figli piccoli, con il proprio compagno o anche da soli, in compagnia della proprio giovinezza.
Serve a metterci fretta, per trovare una soluzione assieme all’Europa che funzioni, che serve a renderci sensibili al tema riflettendo su ciò che saremo noi domani, come donne e uomini, e come paese, e ciò che siamo stati ieri.

Ieri, è ad esempio l’ottobre 1927, quando il Principessa Mafalda salpa dall’Italia verso l’Argentina, con i nostri scafisti che ben sapevano le condizioni precarie dell’imbarcazione. Davanti alle coste Brasiliane si sfila l’asse di un’elica e il piroscafo comincia ad imbarcare acqua. Muoiono almeno 657 italiani. Attaccati dagli squali e morti annegati. Cosa cambia oggi? Nulla. L’infamità e la pochezza degli scafisti è la stessa. Ma la cultura del nostro paese dovrebbe essere diversa. Anche frutto di una storia che abbiamo vissuto sulla nostra pelle. Figlia di ciò che siamo anche oggi, perché oggi come ieri, due italianai su tre pensano che i loro figli debbano, per motivi carrieristici, andare all’estero. E difatti l’Italia è sì al quinto posto in Europa, come Paese di immigrazione (dopo Gran Bretagna, Germania, Spagna e Francia) ma è al quarto posto come Paese di “emigrazione”. Dopo turchi, marocchini, rumeni  ci sono appunto gli italiani, che vivono e lavorano in un Paese dell’UE. E lo fanno con l’immaginario di una vita migliore, con la speranza di un lavoro meglio pagato o corrispondente agli studi. Per un futuro diverso.

Mi chiedo, cosa ci differenzia dagli oltre 700 che hanno perso la vita in mare sabato notte?

Sicuramente una condizione meno sciagurata di partenza.

Cosa differenzia la loro condizione, quando sbarcano nel nostro paese, rispetto a quella che trovavamo noi italiani nel 1927 in Argentina o negli USA. 

Nulla, la stessa diffidenza che trovano loro oggi. 

A noi il compito di riflettere e trovare, assieme all’Europa una soluzione. Ma anche il compito dell’indignazione nei confronti di chi, sulla pelle di queste persone, specula, oggi, in un modo ancor più inaccettabile e vile, perché consapevole della nostra storia di emigranti.

Cosa ci differenzia dagli Italiani di ieri. Possiamo e dobbiamo far sentire la nostra voce in Europa, perché tale peso sulle nostre coscienze non si può portare se non a fronte del massimo sforzo possibile per aiutare queste persone. Collegialmente con i paesi Europei.

 

-mm-